Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli …

Ci sono suoni, immagini, odori che rimandano a qualcos’altro, capaci di proiettarci nel nostro passato. Quasi come salire sulla macchina del tempo per un viaggio a ritroso nelle pieghe recondite delle nostre emozioni. Così è per me ogni volta che rivedo Kenneth Branagh nelle vesti di Enrico V arringare i suoi uomini prima della battaglia di Agincourt. Potrei descrivere come fosse oggi quella sera di molti anni fa quando ho visto per la prima volta questo film insieme ad una allegra ciurma di universitari, un pò folli, un pò ribelli, ultimi epigoni di un’età sepolta. Ero a casa di uno di loro, una casa siciliana a ridosso della Sapienza, covo, ritrovo di questi inguaribili sognatori, sempre controcorrente come i salmoni, stretti, costretti tra l’indifferenza e l’odio della moltitudine benpensante. Loro sì che li conoscevano i versi di Shakespeare, rimati, cantati a sigillo della loro amicizia: “Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli” … questi sapidi temerari abitavano per scelta avamposti di frontiera dove fischiano gli spari dei cecchini … A distanza di anni, quando ho sentito proclamare il Vangelo di Giovanni: “Questo è il mio comandamento: dare la vita per i propri amici” ho rivisto scorrere davanti ai miei occhi tutti loro volti.