Radicamento

Adesso capisco perché  mi portavi sotto Campitello, tra i ruderi dell’antica Altilia, a giocare a nascondino con mio fratello. Adesso comprendo perché mi prendevi la mano per passeggiare insieme, su e giù, tra il cardo e il decumano. Volevi che respirassi quel luogo, per fissare fin dentro le narici le molecole di ossigeno che avevano abitato la pietra. Volevi educare il mio sguardo ad una forma muta, ad uno spazio vuoto, da riempire come coi mattoncini della lego: la basilica, il foro, il teatro, e sopra gli spalti le stalle, simbiotiche superfetazioni che parlavano dell’armonioso decorso del tempo. Volevi piantare nella mia giovane zolla quella radice che germoglia solo sulle colonne ioniche del tempio perché me ne prendessi cura, giorno dopo giorno, come se fosse una rosa …. Ricordo che ti lasciavo in apprensione quando scalavo le  mura della cittadella per restarmene seduto lassù, sopra la porta detta “Benevento”, piedi penzoloni, ad ascoltare il vento. Da allora mi è chiaro che non è affatto vero che le alte mura dividono, ma che, al contrario, ci definiscono, sono l’ultimo argine contro l’illimite e l’indistinto, l’ultima frontiera sopra cui sventola la nostra bandiera.