Dardi del deserto

Abba Lot andò a trovare abba Giuseppe e gli disse: “Secondo le mie possibilità, recito il mio ufficio, digiuno un pò, prego, medito, vivo nel raccoglimento e, per quanto posso, purifico i miei pensieri. Ora, cosa devo fare ancora?”. Allora il vecchio si alzò, distese le mani verso il cielo, le sue dita divennero come dieci fiaccole. “Se vuoi – gli rispose – diventa tutto di fuoco”.

La “santa violenza”

Se le sono date di santa ragione, qualche giorno fa, nella chiesa della Natività a Betlemme. Monaci armeni e ortodossi hanno dato uno spettacolo di certo biasimevole. Eppure, i volti di quei monaci esprimevano una certa fierezza, irriconoscibile nel monachesimo occidentale addomesticato dai termosifoni e dalla televisione. E’ proprio così, abbiamo svilito una tradizione millenaria riducendola alle ricette di frate Indovino, tutto sorrisi e tortellini, un pò Babbo Natale, un pò mago Merlino, confezionato per il nostro cristianesimo bambino. Pace e bene, pace e bene, confessione, assoluzione e poi tutto come prima … C’è una “santa violenza” che dovremmo invece tornare ad imparare dai monaci. Non certo quella dei manici di scopa. Mi è sembrato chiaro guardando il combattimento di Santa Francesca Romana contro il demonio, raffigurato nel monastero delle Oblate di Tor de’ Specchi. Questo combattimento si gioca nel foro interiore e da soli non possiamo farcela. Abbiamo bisogno dell’armatura di Dio – dice San Paolo – cinti i fianchi con la verità, con in mano lo scudo della fede e la spada dello Spirito. In questo senso, secondo Thibon, va intepretato il testo del Vangelo: “I violenti prevarranno”. “Non già quelli che saranno violenti contro gli altri, ma coloro che sapranno far violenza a sè stessi per espandere la loro vera libertà.”