Uscire allo scoperto

ortodossi

Uscire allo scoperto o in campo aperto per dare testimonianza al mondo che ciò che la barbarie nichilista calpesta, risorge – come la Fenice – nel viandante che inciampa tra le braccia del suo Creatore; storie, volti, persone di cui la nuova tirannia non parla perchè irriducibili cavalli di Troia nel territorio comodo dell’egotismo straripante. In principio fu Domenico Giuliotti, il primo salvatico, araldo di Santa Romana Chiesa, nemico giurato dei palloni aerostatici che offuscano la luna. Non lo troverete nelle librerie imbellettate del niente moderno. Montagne di cellulosa intorno al gorgoglio degli ombelichi e alle meccaniche frenetiche dei genitali. Lo chiamano Progresso, la chiamano Liberazione, ma è solo imbestiamento.  Giacomo Biffi – grande, grandioso Principe della Chiesa – di lui dice che è stato uomo dalla fede ispida e spigolosa. Morto nel 1956, in tempo per non vedere l’avvento di una cristianità priva di spina dorsale che ha barattato il peccato con l’errore e la salvezza delle anime con le mense della Caritas e le riffe parrocchiali. Ciò che non ha visto aveva tuttavia previsto nei lampi premonitori e scomodi di una scrittura da trincea. In “Umilissime scuse” mena fendenti contro i cattolici “moderni e aperti” scandalizzati dalla prosa villereccia dell’Omo Salvatico. I cattolici “aperti” – dice – sono coloro che a forza d’apertura non si accorgono di aprire la porta ai loro nemici. I cattolici “moderni” sono quelli pronti a far mercato della verità, nè caldi nè freddi, buoni solo per essere vomitati.   Per questi Cristo, dice il nostro in “Tizzi e fiamme”, non è più Via, Verità e Vita, piuttosto viottolo; verità sì, ma arretrata; vita sì, ma puerile, fatta per la puerizia. La Via Maestra, la Verità “attuale”, la Vita viva, virile, dinamica, piena, al tempo d’oggi, è soltanto in quel fagotto di carne chiamato uomo libero. Se questo è un uomo allora bisogna avere il coraggio di dirsi medievali … Medioevo, medioevo, tempo di cattedrali che guardano al cielo, tempo di relazioni che si inarcano, in perfetto equilibrio, a imitazione delle volte gotiche, tempo di santi, cavalieri e contadini infinitamente più alti dei nani contemporanei: “uomini animali tutti bocca e ventre, che si trascinano col muso a terra, dall’utero al sepolcro, masticando e stercando”.

L’incipit

Tra le mani “pietra, verso, flauto” di Gottfried Benn. Apro a caso e leggo: “Ciò che non esprimete non esiste”. L’iperbole virtuosa del poeta tedesco arriva dritta come una saetta …

Passare al setaccio livide parole per trasformarle in canto. 
Potarsi, stare nelle radici dentro al cerchio 
Attendere solitari ciò che germoglia e cresce. 
E poi sprizzare tralci, fare primavera
rivolti al sole come girasoli in festa.
Sanctus Sanctus, Dominus Deus,
grida la foresta.